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sabato 18 gennaio 2014

Leroi-Gourhan e la mano



Il Gesto e la parola da: 
Dopo Evolution et Techniques, nei cui due volumi venivano ricercate le origini del lungo cammino che avrebbe portato, nel secolo scorso, alla civiltà delle macchine, Andre Leroi-Gourhan ci ha dato, con II gesto e la parola, (Torino, Einaudi 1077), anch'esso suddiviso in due parti, una eccezionale sintesi paleontologica ed etnologica (Tecnica e linguaggio), da un lato, sociologica ed estetica (La memoria e i ritmi), dall'altro, della progressiva «liberazione» della specie umana attraverso il suo comportamento materiale nello spazio e nel tempo (dalla liberazione della mano, dell'utensile, della forza, fino a quella della memoria). Una sintesi in cui il passato più remoto entra in rapporto diretto con il futuro più vicino, al di là della situazione dell'«uomo immediato» (quello del nostro fugace presente), ancora situato entro i confini dell'homo sapiens, quando il mito di un trasferimento cosmico ha già preso consistenza. «A tutti i livelli di civiltà, fin dai tempi più remoti - scrive l'Autore all'inizio del primo volume - una delle preoccupazioni fondamentali dell'uomo è stata la ricerca delle sue origini. Ancora oggi tutti gli uomini di cultura, non sapendo dove sono diretti, nutrono lo stesso desiderio dei loro antenati di sapere da dove provengono». E, al termine del secondo volume, dopo avere respinto l'ipotesi apocalittica di una distruzione atomica, afferma fiduciosamente: «È meglio puntare sull'uomo. Possiamo immaginare l'uomo di un avvenire prossimo deciso, in seguito a una presa di coscienza, a restare sapiens. La specie è ancora troppo legata alle sue radici per non cercare spontaneamente quell'equilibrio che l'ha portata a diventare umana». È un'affermazione che può essere condivisa, anche se, liberato grazie alla sua stessa evoluzione, l'uomo della zoologia si trova «probabilmente al termine della sua carriera».

La “catena operativa” o l’algoritmo per la produzione degli strumenti litici


La “catena operativa” è l'insieme dei passi concatenati (sequenza dinamica) che si verificano nella produzione di artefatti litici, dalla raccolta delle materie prime fino al loro abbandono, passando attraverso le diverse fasi di fabbricazione, il loro utilizzo e la loro ricostruzione (affilatura, ravvivamento...) e il loro riutilizzo, se era il caso. Le catene operative permettono di stabilire diversi stili e strategie culturali, quindi sono uno strumento concettuale di inestimabile valore in preistoria e archeologia (da Wikipedia, sv)


“La mano, in origine, era una pinza per tenere sassi; il trionfo dell’uomo è stato di trasformarla nell’esecutrice sempre più abile delle sue idee di fabbricatore. Dal Paleolitico superiore al secolo XIX, essa ha attraversato un interminabile apogeo.
Nell’industria svolge ancora una funzione essenziale, grazie a pochi artigiani che fabbricano pezzi utensili delle macchine davanti alle quali la massa operaia avrà solo una pinza a cinque dita per distribuire la materia o un indice per schiacciare un bottone. Si tratta però di uno stadio di transizione, perchè è chiaro che le fasi non meccaniche della fabbricazione delle macchine verranno eliminate a poco a poco. Poca importanza avrebbe che diminuisse la funzione di questo organo di fortuna che è la mano, se tutto non stesse a dimostrare che la sua attività è in stretto rapporto con l’equilibrio delle zone cerebrali che l’interessano.
Non saper fare nulla con le proprie dita non è una cosa preoccupante a livello della specie perchè passeranno molti millenni prima che regredisca un sistema neuromotorio così antico, ma sul piano individuale è ben diverso: non avere da pensare con le proprie dita equivale a fare a meno di una parte del pensiero normalmente, filogeneticamente umano. Esiste quindi fin da ora, a livello degli individui se non della specie, il problema della regressione della mano.”

Universal design for Learning


La traduzione educativa dell'Universal Design (architettura) in UDL implica come sottolinea Orkwis (1999, p. 1) “ Una progettazione di materiali e attività didattiche che permettano il raggiungimento degli obiettivi di apprendimento da soggetti con un’ampia varietà di differenze nelle loro abilità di vedere, udire, parlare, muoversi, leggere, scrivere, capire la lingua, partecipare, organizzare, impegnarsi, e memorizzare” .  In questa prospettiva UDL prevede un’organizzazione dell’ambiente di apprendimento fornito di una molteplicità di strumenti e mezzi di rappresentazione e presentazione: tattili, visuali, uditivi proposti a vari livelli di complessità. L’UDL si fonda su 3 principi molto vicini all’impostazione di Senza Zaino (AA. VV. 2013):
I

  • Principio 1 – Fornire un’ampia varietà di mezzi di rappresentazione (il che cosa dell’apprendimento).  Gli studenti differiscono nei modi di recepire e comprendere l’informazione.  Ci sono alunni con difficoltà uditive o visive ad esempio.  Ma ci possono essere alunni che prediligono, pur non avendo menomazioni, il canale uditivo, e così via.
  • Principio 2 – Fornire una molteplicità di mezzi di azione (il come dell’apprendimento).  Bisogna allora tenere conto degli studenti che magari hanno handicap motori o difettano di capacità organizzative e sono iperattivi (DDAI), quelli che magari si esprimono meglio per scritto o che preferiscono costruire prodotti tridimensionali.
  • Principio 3 . Fornire una serie diversificata di modi di impegnarsi (il perchè  dell’apprendimento).   Le motivazioni e gli interessi sono molteplici: si tratta di esplorare quei contorni che caratterizzano ciascuno studente per trovare la particolare via che può essere efficace.


martedì 12 novembre 2013



La presentazione in PREZI che potete visionare può fornire una prima idea del modello di scuole Senza Zaino.
Basta cliccare qui sotto:





sabato 5 gennaio 2013

Mettere insieme le diversità per recuperare: a proposito delle Nuove Tecnologie


Note di Marco Orsi

Apocalittici o integrati?
Apocalittici o integrati?  Catastrofici o inquadrati? Angosciati o entusiasti? Quali le alternative da scegliere?    Le nuove macchine tecnologiche e la rivoluzione del web 2.0 indicano   rischi e pericoli, ma anche grandi opportunità.  Possono aiutarci in molti compiti, sviluppare le nostre facoltà, sostenerci nel lavoro, creare  più comunicazione, ma anche contribuire a deprivare certe risorse che abbiamo, costringerci - ad esempio - in relazioni virtuali, adattarci ad un pensiero uniforme. 


 Per me non si tratta di optare per l’una o l’altra parte.  L’uomo infatti ha dimostrato di saper fare, nel corso della storia, un’operazione di inclusione, di messa in comune dei vari aspetti. Di saper valorizzare e mischiare le diversità.  Platone nel Fedro si scagliava contro la nuova “tecnologia della scrittura”

"La scrittura veniva definita disumana perché ricreava al di fuori della mente quello che invece poteva esistere solo al suo interno, era accusata di distruggere la memoria perché chi la usava avrebbe smesso di ricordare, avendo sempre bisogno di risorse esterne per farlo, ed infine la scrittura sarebbe stata inerte perché se interrogato un testo non può rispondere, mentre una persona, all'interno di un discorso, è in grado di spiegare le sue affermazioni".(http://flaminiatommasi.pbworks.com/w/page/10107266/Oralit%C3%A0%20e%20Scrittura%3A%20Walter%20On)
 


Mettere insieme
Ma come poi hanno argomentato sia Ong che McLuhan, l’uomo ha saputo  mettere insieme ciò che è diverso, l’avvento della scrittura lungi dal portare un decadimento, ha consentito un salto di qualità rendendo il pensiero più analitico, razionale, meno ridondante.   Lo scrivere ci fa riflettere , ma non solo, esso oggettiva la discussione e la decisione e permette alle società di democratizzarsi, di uscire dall’arbitrio dei sovrani assoluti.  La Magna Charta è forse il primo grande esempio di quanto diciamo.

Da una tecnologia, ad un’altra. L’invenzione della stampa aprì le porte alla standardizzazione.  Non più manoscritti originali redatti da quegli straordinari artigiani che erano gli amanuensi, ma opere riprodotte in una molteplicità di copie tutte uguali.  Appunto standard.  Anche qui si poteva dire che l’arte dello scrivere sarebbe venuta meno.  Eppure tutto sommato non è stato così.  Con la stampa abbiamo invece democratizzato la cultura.  Comenio ha potuto immaginare, proprio con la stampa, una scuola per tutti, dove tutti per l’appunto hanno imparato a scrivere con la penna, come  gli amanuensi.  La standardizzazione ha creato le basi per il sistema di fabbrica e per gli stati nazionali, i quali vivono, nel male ma, ricordiamolo anche nel bene, di burocrazia.

Il punto allora è mettere insieme, non negare un elemento a favore dell’altro, e cioè valorizzare tutto, tenere ogni aspetto compresente, accogliere e mantenere le diversità.
Il filosofo Maurizio Ferraris ci ha spiegato che con l’avvento del web e delle tecnologie informatiche la scrittura ha subito un incremento vertiginoso.  Ora tutti scrivono, pubblicano, digitano.  Scrivono con la tastiera del computer, con quella semi - virtuale dei tablet, con quella dei telefonini per gli sms.  Si scrive di più.  Forse  meno con la penna, ma certamente si scrive di più.  Vi sono poi altre opportunità.  Per esempio scrivere un saggio prima comportava un forte dispendio di tempo.  Si pensi solo alla ricerca di bibliografie o al reperimento di libri o riviste.  Con internet tutto è più facile.

I pericoli
La Repubblica del 5.01.2013 riporta indagini sui pericoli. Google potrebbe far diminuire le capacità mnemoniche; i ragazzi faticano a scrivere perché scrivono con calligrafie illeggibili e poi sono abituati male dalla funzione “completamento automatico”; il computer inoltre ci sollecita verso il multitasking, ma la nostra capacità di attenzione può diminuire.  Le ricerche citate da La Repubblica pongono l’accento su l’empatia.  I social network, tipo facebook, rischiano di diminuire la capacità di relazione empatica.  Le relazioni aumentano ma la comprensione diminuisce.  Sembra che i giovani preferiscano “L’elettronica al dito sul campanello [...]. Un gesto impercettibile come una mano passata tra i capelli, sa dire molto di più di una faccina sorridente su facebook” (P. G. Brera p. 21 Repubblica del 5.12.2013).  Secondo Naomi Baron professoressa di Linguistica a Washington le interruzioni costanti tipiche del modo di lavorare nell’era digitale, rendono la nostra attenzione più labile.  Alcuni neuroscienziati di Stanford hanno messo in evidenza che nella lettura profonda attiviamo le aree cerebrali del movimento che presiedono ai comportamenti empatici, quelle che ci rendono capaci di comprendere gli altri, quelle legate ai neuroni – specchio.  Diversamente da quanto accade con la lettura rapida che magari viene interrotta continuamente.

Torna allora il dubbio: apocalittici o integrati?  Andiamo verso il meglio o il peggio è dietro l’angolo?  Il punto, dicevamo, è  saper mettere insieme,  riconoscere i vari aspetti , tenere presenti le varie facoltà e sfaccettature, accogliere e mantenere le diversità.  E’ vero che l’automobile e l’automazione in genere (si pensi il passaggio dalla lavare a mano al lavaggio con lavatrice / e lavastoviglie), rischia di farci perdere le capacità di movimento, ma è anche vero che possiamo recuperare dedicandoci di più allo sport, facendo passeggiate o andando in palestra.

Recuperare
Il verbo cruciale è oggi forse recuperare. Recuperare, significa rendere qualcosa nuovamente buono, utile. E’ utile ad esempio reimparare a scuola a scrivere bene in modo esteticamente corretto e con la penna, magari stilografica.   Vogliamo dire che bisogna far sì che le nostre capacità siano tutte attivate, nulla deve essere tralasciato, dimenticato. Perché è nella loro armonica compresenza che noi possiamo sentirci più umani e più legati come umani agli altri umani.  Le nuove invenzioni, gli scenari strepitosi delle invenzioni e delle tecnologie, non sono da esorcizzare, ma da inglobare in una visione più ampia.  Abbiamo bisogno di approcci globali  e non di orientamenti unilaterali, uniformizzanti, standard.


I filoni del pensiero ecologico puntano sul recupero. Jeremy Rifkin indica la necessità di recuperare l’attenzione alla biosfera, a quell’ambiente naturale, quella sorta di grembo materno che avvolge la terra, che permette la vita e la nostra vita, recuperando comportamenti più sobri e collaborativi. Anche il nostro Carlo Petrini sollecita una ritrovata attenzione alla terra, che è poi attenzione alla Terra.  La terra come ritorno all’agricoltura, alla natura, alla considerazione del cibo, perché noi siamo fatti degli alimenti di cui ci nutriamo.  Ma anche alla Terra  come casa comune, pianeta da preservare dove vivere in solidarietà e in pace, dove una ritrovata lentezza ci restituisca ai ritmi del creato.
Si tratta dunque di contemperare la tendenza a rendere virtuali i rapporti con le cose e le persone, con un cammino verso un nuovo radicamento, appunto un recupero che ci consenta di essere pienamente umani perché le nostre facoltà sono tutte attive, in azione.


La pedagogia e la scuola
La pedagogia classica e contemporanea hanno sempre indicato questo obiettivo di crescita armonica e globale.  Pestalozzi parlava della necessità di connettere il cuore, la mano e la mente.  E che dire della particolare attenzione di Maria Montessori per quel corpo e quei sensi che la scuola tradizionale negava, mentre ella riteneva essere fondamentali per lo sviluppo della mente e dell’intelligenza?  In fondo anche Dewey sosteneva una tale visione.  D’altra parte le nove intelligenze individuate da Gardner dicono la medesima cosa, che noi siamo composti da una molteplicità di sfaccettature e che il bello sarebbe riuscire nella loro contemporanea valorizzazione.  Le più vicine a noi ricerche delle neuroscienze evidenziano poi come la relazione empatica sia attivata da speciali neuroni – specchio che sollecitano le parti di corteccia che presiedono al movimento e che ci consentono di imitare, ovvero di apprendere, tramite la comprensione.  Insomma la dimensione affettiva, quella senso – motoria e quella cognitiva che si legano assieme.

Tornando alla scuola mi viene in mente quanto ho potuto vedere in un paese come la Finlandia. Certamente non il paradiso o la ricetta magica.  Ma alcune indicazioni significative.  Vidi una scuola elementare le cui aule erano organizzate in aree di lavoro (non la standardizzazione delle file di banchini dietro la cattedra), c’erano le LIM, ma anche alcuni computer (la dimensione virtuale),  era disponibile uno stereo (dunque spazio anche alla musica!), poi negli armadi trovavi materiali da toccare per imparare le materie di studio (la mano e la mente), infine spiccava su un lato della stanza un cucina con tanto di lavello e fornetto (il corpo e il cibo).  Nelle zone di raccordo (gli atri e i corridoi) era sistemata una biblioteca, poi c’erano un laboratorio di falegnameria, uno di taglio e cucito e un piccolo studio musicale.  Fuori trovavi un giardino attrezzato dove i bambini sovente giocano allegramente.

Ho visto il sito ben strutturato dell’associazione Slow Food.  Di lì si capisce come Carlo Petrini, il fondatore, non disdegni il virtuale delle nuove tecnologie  e del web 2.0, proponendo allo stesso tempo il suo messaggio di recupero. Appunto questa idea di recuperare e di mettere insieme, di non dimenticare le dimensione dell’uomo, che lo fanno essere un essere armonico, in armonia con gli altri uomini e con la terra e la Terra di cui fa parte.